Agorà
Alberto Milesi
Agorà mi ha ispirato una domanda e un’affermazione. La domanda è: perché?
L’affermazione invece è questa: le cose quando devono andare male lo fanno fino in fondo.
Arrivo al cinema con la mai ragazza alle 19.50. Il film inizia alle 19.50.
- Siamo ancora in tempo
- Sì, non è ancora iniziato.
Gentile, la commessa, avrebbe potuto indirizzarci altrove, invece non lo ha fatto. Entriamo in sala che sta per iniziare . Lo schermo è nero pesto, la sala è buia. Trovare i posti è un’impresa, non si vede nemmeno quali siano occupati e quali siano liberi. Ci inciampiamo su per le scale poi ci sediamo a caso. Io mi siedo a caso, la mia ragazza, non accortasi di nulla continua a brancolare nel buoi ancora per un po’. Appena si fa un po’ di luce notiamo che la sala è tutt’altro che piena. Subito arriva una coppia di due che invece di sedersi ovunque chiedono proprio i loro posti. Che sono gli stessi sotto i nostri culi. Ci alziamo e occupiamo altri due seggiolini. Non i nostri che chissà dove sono.
A questo punto potremmo anche andare via, ma restiamo, con il presentimento che iniziato il film, le cose non sarebbero migliorate affatto. Rachel Weisz è Ipazia, filosofa pagana vissuta ad Alessandria d’Egitto nel 300 dopo Cristo, quando il cristianesimo inizia ad andare di moda.
Nel film odiamo i pagani, poi li rimpiangiamo, poi odiamo gli ebrei. Quindi li rimpiangiamo. Odiamo i romani, poi li compatiamo. Odiamo i cristiani e lo facciamo fino in fondo. Non se sono stato io il solo però ad odiare anche Ipazia, un’antica Giovanna d’Arco ma senz’arco. A dispetto dell’interprete non è mai davvero bella, poco brillante, le sue intuizioni arrivano del tutto gratuite, così come molte battute del film.
La fine è pure peggio, perché quando le cose devono andare male lo fanno fino in fondo.