Dallo Stura
di Andrea Marchetti



“Non si può entrare”- dice bruscamente un signore anziano con gli occhiali. I capelli bianchi gli evidenziano il volto arcigno, cotto dal sole. Sua moglie, dietro di lui, scuote il capo a conferma di quanto detto dal marito, che aggiunge:” Bisogna andare alla Circoscrizione per avere il permesso. Possiamo entrare solo noi ortolani”.

Siamo nella zona nord di Torino, vicino al Fiume Stura, davanti all’ingresso degli orti comunali di Via Botticelli, assegnati dall’Amministrazione Comunale a 174 cittadini residenti in zona (quasi tutti pensionati), mediante un bando della Circoscrizione n.6 “Barriera di Milano”.Gli orti, tutti uguali, si vedono al di là della recinzione che ne delimita l’area, alla quale si accede da un cancello in ferro, munito di lucchetto. Qualcuno ha appeso un cartello per invitare gli ortolani a tenere sempre chiuso a chiave. Ma il cancello è soltanto accostato. Per questo il signore anziano ci si mette davanti, per impedire a chiunque di oltrepassarlo. Poi tira fuori una chiave dalla tasca, ma non la usa. La moglie, infatti, lo invita ad essere meno scontroso e lui si calma un po’, anche se non ha molta voglia di parlare: è diffidente e infastidito per tutta l’attenzione di cui è stata oggetto questa zona di Torino, a causa di alcuni fatti di cronaca, più o meno recenti. E poi perché, come dice - “Continua a girare gente strana, specie d’estate”. Ha paura di avere a che fare con l’ennesimo scocciatore o giornalista (per lui è la stessa cosa) che vuole mettere il naso dappertutto. Perciò chiede di vedere tessere, attestati, licenze, rimandando alla Circoscrizione: “E’ la Circoscrizione che si occupa di tutto. Siamo più di 170 ortolani, tutti della Barriera. Ognuno ha la sua chiave, può venire quando vuole purché”-precisa-“tenga sempre chiuso. Abbiamo l’acqua e l’elettricità”. La moglie gli fa eco:“La Circoscrizione ci ha dato anche i capanni per gli attrezzi.” Poi continua il marito:“Sono quindici anni che ci sono gli orti, ma anche qui c’erano gli abusivi”. Non si riferisce, però, agli orti abusivi che, nel corso degli anni, sono sorti sulla sponda opposta della Stura, tra il fiume e Lungo Stura Lazio.Ed infatti precisa:“Qui c’erano gli zingari”.Poi guarda l’orologio e, seguito dalla moglie, se ne va senza salutare.

Sono le quattro di pomeriggio di una bella giornata di Dicembre. Il freddo si fa pungente ed altri ortolani si avvicinano al cancello per rincasare. Il primo ad uscire è il signor Tirone, un anziano dall’aspetto robusto e sanguigno, con fitti capelli bianchi pettinati all’indietro. Si ferma volentieri e saluta gli altri ortolani che passano. Si lamentano per il lucchetto rotto e sono preoccupati per il via vai di strani personaggi, specie con la bella stagione, quando aumenta anche lo spaccio di droga. Non come ai tempi del “Tossic Park”: sono tutti d’accordo. Ma qui, a quanto dicono, lo spaccio è sempre esistito, specie al confine con Corso Giulio Cesare. “Anche se, per fortuna”-dice Tirone- “Da un paio di anni non si vedono più “i gabonesi”, i neri, che passavano a corsa come atleti, tutti i giorni. Andavano al “Tossic Park” passando accanto agli orti”. “Si davano il cambio”-conferma Filippo, un altro degli ortolani- “Erano gli spacciatori del parco. Arrivavano da Via Botticelli, in due o tre,e sparivano tra le piante, verso la Stura. Subito dopo ne arrivavano altri due o tre dall’altra parte.”

Gli altri ortolani confermano. Sono quasi tutti del Sud ed ex dipendenti Iveco.Le loro storie sono simili. Il signor Tirone ci tiene a raccontare la sua: è nato in Sicilia, a Caltanissetta, nel 1938. “Ho l’orto da due anni”-dice- “Ma ho sempre coltivato la terra, aiutando i miei fin da bambino”. “Subito dopo il militare”-prosegue- “sono partito per la Germania: alla fine degli anni ’50 non c’era lavoro, si doveva partire. Ho lavorato 5 anni alla Volkswagen. Ci trattavano bene e se anche tu ti comportavi bene non avevi problemi: ti rispettavano e ti davano le case in una zona vicina alla fabbrica, sorvegliata da guardie e con uno spaccio aziendale. Ci davano un marco al giorno per gli acquisti. In azienda c’era la mensa con piatti freschi tutti i giorni. Poi sono arrivato a Torino ed ho lavorato alla Iveco per 35 anni.” E’ un fiume in piena il signor Tirone: “Mio nipote”- lo dice lentamente, per godersi il momento-“ è il responsabile di una grossa attività in centro”. A Torino, dunque, Tirone ha dato un futuro ai propri discendenti e si è trovato bene, con un’eccezione: il periodo di massima attività di spaccio all’interno di Parco Stura noto, non a caso, come “Tossic Park”. “Ci abitavamo di fronte -spiega Tirone- “Eravamo prigionieri in casa nostra. Non potevo neanche passeggiare con mia moglie che doveva fare riabilitazione. Così ci siamo organizzati con le ronde. Una sera la polizia ci ha chiesto i documenti invece di controllare gli spacciatori. Dicevano che non avevamo titolo per fare le ronde. Avevano paura degli scontri. Siamo finiti sul giornale ma non abbiamo mai fatto niente di male. Ci stavamo solo tutelando”.

Prima ancora del “Tossic Park”, però, la zona compresa tra Via Botticelli, Corso Giulio Cesare e Lungo Stura Lazio ha conosciuto un’altra emergenza legata alla presenza, spesso abusiva, di Rom e Sinti. Nella zona, infatti, le bonifiche sono state avviate da tempo:il primo bando per gli orti (10 metri quadri ciascuno) è del 1997. Gli assegnatari, però, si sono rifiutati di prenderne possesso perché c’erano ancora insediamenti Rom. Le prime vere assegnazioni, quindi, sono del 2007. Nel frattempo le famiglie Rom sono state trasferite grazie a progetti di inclusione sociale di Comune e Circoscrizione. La bonifica dell’area è stata fatta con i fondi del progetto “Torino città d’acqua”. Forse, per ammissione di un’impiegata della Circoscrizione, “Si poteva fare di più”, dato che alcuni fondi sono stati usati per i lavori delle Olimpiadi Invernali del 2006. Gli orti si possono tenere per 5 anni, non prorogabili: con il prossimo bando, previsto tra 2013 e 2014, anche gli attuali assegnatari dovranno fare una nuova domanda. L’età minima per partecipare sarà abbassata da 60 a 50 anni. E’ previsto un canone simbolico, 50 euro annui, più le manutenzioni ordinarie, l’acqua e l’elettricità. Anche se, ad oggi, ha provveduto la Circoscrizione.

“Siamo molti contenti del progetto orti”-dice Gianluca Lovito, trentasettenne coordinatore della Circoscrizione- “Infatti è aumentata la partecipazione della gente alle nostre attività e c’è un comitato di gestione degli orti. Io stesso, però, mi sono dovuto attivare di recente per chiedere più controlli alle forze dell’ordine, dopo alcuni furti. Inoltre trovavamo spesso preservativi davanti all’ingresso degli orti, segno che le prostitute accoglievano lì i clienti”. Lovito spiega che il “progetto orti” è nato come conseguenza dello spostamento dei Rom, chiesto dai residenti a causa del degrado creatosi. “In futuro potremo avere nuovi fenomeni di abusivismo. Barriera Milano è una zona di transito: spesso arrivano persone disperate che cercano un posto in cui fermarsi. Cercheremo di sistemarli, come fatto in passato. Tuttavia l’abbandono del territorio non è giustificato: con gli orti la gente si è riappropriata di uno spazio e si sente impegnata. Abbiamo dato l’occasione per mettersi in regola anche a chi aveva l’orto abusivo, sulla sponda opposta del fiume. Trent’anni fa il Parco della Confluenza era tutto una palude, c’era una discarica abusiva ma, col tempo, sono state fatti investimenti e le cose sono cambiate. A mano a mano che arriveranno i soldi sistemeremo tutto. I problemi ci sono”-conclude Lovito- “Ma ci impegneremo, con l’aiuto di tutti, per risolverli e bonificare le sponde, con vantaggi sociali ed ambientali”.

Di ambiente parlano anche nell’ufficio stampa della Iveco, che ha sede nei pressi di Lungo Stura Lazio e di Via Puglia, sull’altro lato della Stura. “Ci impegniamo, investiamo in tecnologie pulite per costruire motori e mezzi a basse emissioni. Poi veniamo qui e vediamo nuvole di fumo nero che si alzano dai campi nomadi: bruciano copertoni e materiale da cui estraggono il rame da rivendere”. Lungo lo stesso lato della Stura, infatti, prima dell’Iveco, ci sono vasti insediamenti di Rom e nomadi e, più oltre, gli orti abusivi: a partire dagli anni ’60 molte persone, soprattutto dipendenti Iveco, hanno preso a coltivare i terreni lungo l’argine della Stura, liberi da insediamenti e costruzioni ma non da vincoli di proprietà:

“Una parte del mio orto”-dice Ferdinando-“è dell’Enel. Una del Comune ed una della Fiat. Ci hanno fatto causa. Gli orti sono un centinaio. Sono venuti anche i tecnici del Comune: li hanno fotografati e misurati, per l’usucapione. Ma altro che farci causa! il Comune ci dovrebbe ringraziare! Senza di noi questa zona sarebbe degradata come quella dei campi Rom. Invece teniamo pulito, facciamo bene all’ambiente ed a tutti, a costo zero. Lungo tutte le sponde di Torino e del circondario ci vorrebbero orti così: facciamo tutto biologico”-continua Ferdinando-“Se c’è inquinamento nell’aria non possiamo farci niente”-dice-“ma coltiviamo tutto senza pesticidi”. Ferdinando è nato a Venosa, in Basilicata, e lavora l’orto che era del padre, ex dipendente Iveco, uno dei primi ortolani degli anni ’60. “Tra ortolani non abbiamo mai litigato e non ci sono mai stati problemi. Il Comune vorrebbe che ce ne fossero per mandarci via, senza avere un progetto sull’area”. Ammette, però, che subisce furti di ortaggi e fissa al terreno il tavolo e le sedie, per timore che glieli portino via. “Sono i Rom”, spiega, “Ma se ce la chiedessero, la roba, gliela daremmo”.

Anche Nicola, originario di Locri, in Calabria, parla dei furti. Ma a lui non hanno mai rubato niente perché i cani della casa vicina proteggono il suo orto. La casa è una vera e propria costruzione in muratura in mezzo agli orti, tirata su da un pugliese che, poi, se n’è andato. Da circa sette anni ci vive una famiglia rumena: c’è la cassetta per la posta ed un rudimentale campanello. Nicola è basso, scuro di capelli e di carnagione. Indossa una tuta da lavoro della Iveco. Ed ha due orti. Uno, infatti, proprio di fronte al fiume, glielo ha lasciato il fratello.“Ho la vista mare”-scherza dopo un po’di diffidenza. Ma vorrebbe tornare in Calabria. Per lui l’orto è una valvola di sfogo: sua moglie è malata di Alzheimer. “Un paio d’ore al giorno ci pensa mia figlia”-dice-“allora vengo all’orto. Ho iniziato a coltivarlo nel 1973, ma sono a Torino dal ‘59”. “Avevo la ditta”-continua Nicola- “facevo lo scaiolista. Poi la crisi ha picchiato duro, e sono andato in prigione”. Scherza: allude al lavoro alla Iveco, proprio al di là della strada. Ma non scherza quando racconta ciò che ha visto, un giorno, da uno dei “giardini”, come gli piace definire i suoi orti. “Là c’erano i drogati”-dice indicando appena oltre il fiume-“Ed a volte si rifugiavano qui. Un giorno un ortolano ne ha minacciato uno con un forcone, non lo voleva nel suo orto. Davanti al mio orto, invece, hanno ritrovato i cadaveri di due spacciatori morti affogati. Scappavano da Polizia e Carabinieri, durante un blitz. Io non c’ero, ma una volta ho aiutato un poliziotto caduto in acqua per inseguire uno spacciatore. Ho acceso un fuoco per riscaldarlo ed asciugare i suoi vestiti.” “Dopo la chiusura del “Tossic Park” (con l’intervento degli Alpini della Taurinense, nel 2008) non è più venuto nessuno” conclude Nicola-“Solo qualche donna”-e fa un gesto come per dire, “ci siamo capiti”. Allude, infatti, ad alcune prostitute. “Ma gli abbiamo fatto capire che non era il caso, le abbiamo avvertite…”

Niente donne nella zona degli orti, dunque. Ma appena fuori, in pieno giorno, in uno spiazzo inghiaiato che costeggia Lungo Stura Lazio, una giovane prostituta dell’Est Europa aspetta i clienti seduta su una sedia di plastica, tra un cassonetto dell’immondizia ed un viottolo che si perde nella vegetazione, verso il fiume. Un ragazzo si avvicina in bicicletta e si ferma proprio davanti a lei.



Nelle puntate precedenti
Volano gli aironi di Lucia Gaiotto
Orti abusivi e orti comunali: un mondo a confronto di Silvia Gilardi

Si potrebbe andare tutti agli orti comunali di Paola Tribisonna

Foto di Andrea Marchetti