Volano gli aironi
di Lucia Gaiotto


Spunteranno gemme, le foglie diverranno terra, si scioglieranno granelli di brina. Per ora i semi dormono, si nascondono sotto coperte e piumini. Gli alberi d’inverno non vogliono cappotti; forse il freddo lo soffrono comunque, ma ci sono semi da proteggere: così i rami si privano di tutto, e riparano la terra, un po’ come le mamme che abbracciano i bambini.

Nando rastrella foglie secche sotto alberi di prugne e fichi. Il cielo è terso, fa talmente freddo che respirare diventa doloroso. È novembre, nell’orto ormai non c’è più molto da fare, a parte prepararlo all’inverno che arriva. Nando lo fa in silenzio. Prepara mucchi di fogliame, li sposta con una piccola carriola arrugginita. Li rovescia, poi, su aiuole delimitate con la cura di chi non ha altro da fare o, se ce l’ha, ha deciso che non è importante, non ora, non adesso. Con il rastrello le sposta per ricoprire tutto, si aiuta con mani ruvide e callose, ogni nocca un nodo, come nel legno vecchio. I polpastrelli sono ghiacciati, non mette i guanti, dimenticati sul tavolo di pietra. Aggiunge altre foglie, aggiunge della paglia. Manterranno umido il terreno, lo scalderanno e nutriranno come se bevesse vino.

Antonio indossa un berretto blu sbiadito. Al collo porta un binocolo, uno di quelli piccoli e potenti. Ha 81 anni, quattro nipoti, due dei quali vivono in Canada e in Giappone. Antonio conosce l’Inglese, l’ha imparato quando ancora era un quattordicenne a Salerno, dopo lo sbarco degli alleati. Lo stesso anno in cui lo presero i nazisti. Ma di questo non vuole parlare. A Torino ha lavorato 25 anni per l’ONU, poi è andato in pensione e ha iniziato a fare da guida come volontario. Ora abita vicino al Parco delle Confluenze e sono 32 anni che aiuta gli altri della circoscrizione. Antonio è il più anziano, e spesso affidano a lui le scolaresche. Lo salutano e lo conoscono tutti, per strada. E’ bravissimo, dicono, conosce tutte le piante, una per una. Lui sorride, saluta. C’è una lunga passeggiata che lo aspetta.

Nando sa cosa è meglio per il terreno. Sa che dei pesticidi si può fare a meno. Per questo mette le ortiche a macerare in acqua fresca, e poi aspetta finché non riesce più a sopportarne l’odore. Il liquido protegge dagli afidi le piante, le fave che tanto ama, in particolare. Sa che la cenere è un ottimo fertilizzante, oltre a ricordarsi di quando era piccolino e in famiglia si usava per lavare lenzuola e biancheria. Sa che le melanzane si possono coltivare senza medicine, ma ci vuole pazienza, ci sono parassiti che se ne nutrono e le divorano prima ancora che tu le abbia viste spuntare; e allora ti devi mettere lì ogni mattina, ucciderli uno ad uno, schiacciarli tra polpastrello e polpastrello. Le melanzane sono salve, le puoi friggere e impanare.


Le foglie degli aceri sono tutte a terra. Palmate, dice Antonio, perché hanno cinque punte, un po’ come le dita delle mani. Il ginkgo, invece, ha lasciato cadere qualche frutto. Puzzano terribilmente, dice. A causa dell’acido butilico, lo stesso del sudore e delle ascelle. Poi ci sono i salici, quelli piangenti, quelli contorti che si accartocciano tutti. I rami scendono, toccano l’acqua e diventano radici. Lì accanto i pioppi muovono le foglie rimaste, il fruscio è una gonna di seta e tulle. È il picciolo che le lascia muovere così: invece di essere tondo, è piatto. Facilita il movimento. Antonio indica ora alberi meno conosciuti. Quello è uno spaccasassi, dice. Possono vivere oltre 500 anni, e hanno frutti di cui vanno ghiotti gli uccelli. La buccia pare miele, aggiunge. Questo invece è il liquidambar. I semi li mangiano volentieri i canarini. E questi, questi sono gli aranci degli osagi. I frutti sono così acidi che se li tagli con un coltello l’acciaio diventa bianco. Hanno la buccia rugosa e butterata che profuma di limone.

Nando si siede sotto il pergolato costruito dal padre. Sopra ci cresce l’uva fragola, ma i pochi grappoli rimasti sono già raggrinziti. Guarda le aiuole ordinate, sorride soddisfatto. L’orto l’ha messo in piedi il papà, lui andava lì, ma non gliene importava più di tanto. Aveva 25 anni, il coraggio di voler cambiar di posto sole e luna: un orto pareva troppo poco. Ci andava con fratelli e cugini, d’estate si mangiava tutti insieme e il calore cuoceva e bruciava carne da grigliare. L’odore si mescolava all’afa appiccicosa, saturava l’aria e s’impigliava nei rami carichi di fichi. Poi il padre era morto, molti avevano smesso di tornare. Lui aveva continuato, sua moglie a volte protestava. L’orto era diventato un rivale, qualcuno quasi da odiare perché risucchia tempo e spazio di chi amiamo, e abbiamo paura che lo faccia sparire.

Antonio, ma dove le ha imparate, tutte queste cose?
A scuola, da bambino. E poi da solo, leggendo l’enciclopedia. Lo sa, ad esempio, che per scoprire se una pianta è officinale deve guardare il colore? Sì, il colore delle foglie. Se è lo stesso, sopra e sotto, lasci stare. Se invece sopra è verde e sotto è argento, allora la pianta ha qualcosa da donare. Lo sapeva?
No, non lo sapevo.
E lo sa che più il seme è piccolino, più grande sarà l’albero?
No, neanche questo, non lo sapevo.
Ecco, siamo arrivati. La confluenza. Il Po, la Stura, la Dora. Ci ha mai fatto caso? Il fiume più lungo, ha il nome più corto, qui in Italia.

Nando è magro, un pioppo in riva al fiume. Sorride come chi sa che tutto può cambiare, che una piena potrebbe danneggiare il lavoro di sei mesi; ma non importa, rimane lì ad osservare. Un po’ più in là c’è la strada, le macchine passano, spezzano l’aria, non si fermano, se proprio devono farlo di certo non salutano. I cani abbaiano forte, coprono il rumore, cercano di spaventare intrusi. Dall’alto provengono leggeri sfrigolii, come olio in una padella bollente da non sfiorare.
Antonio indica dove finisce il Parco delle Confluenze e dove inizia il Parco del Meisino, sulla riva opposta. Il nome deriva dal dialetto piemontese, significa terra di mezzo, isola tra i fiumi. 245 ettari di riserva naturale nel centro cittadino. A valle della confluenza tra Po e Stura c’è anche l’Isolone di Bertolla, spesso immerso nella nebbia. Ci sono più di 160 specie di uccelli che volano e nidificano qui intorno. Aironi e gabbiani, germani reali e cormorani neri, morette, moriglioni, gallinelle d’acqua, anatre, cornacchie, corvi neri, civette, gufi, allocchi, gli svassi che vivono sempre in coppia, il gheppio e il nibbio bruno. Alcuni sono stanziali, altri migrano e ritornano in inverno. Gli aironi cenerini sono tra i più numerosi, l’unica colonia urbana presente qui in Italia. La garzaia, sull’Isolone di Bertolla, è composta da un’ottantina di nidi costruiti sopra i pioppi. La ghiaia, la corrente più lenta a causa della diga e i tanti pesci a disposizione rendono la confluenza un luogo ideale per la loro alimentazione.
Certe sere, il fiume pare bianco, dice Antonio. Sono aironi e gabbiani a colorarlo, per poi spiccare il volo e dipingere anche il cielo.

L’ombra di un uccello copre per un attimo il sole, poi avanza lenta sul cielo pulito e spoglio. Pare un disegno a china su carta giapponese. L’airone vola sopra il fiume, tra fili color metallo che portano in città l’energia, la luce. Tralicci come giganteschi alberi si ergono imponenti. Dall’alto l’orto di Nando è uno tra i tanti, di proprietà di tutti tranne che dei contadini. Le stradine tra un giardino e l’altro portano a cancellate, a porte. Alcuni hanno il campanello, rudimentale, ingegnoso, con tanto di nome e cassetta per la posta; altri si nascondono dietro vecchie porte unite insieme a formare palizzate, ridipinte con l’azzurro dei bambini.
Cartelli uguali gli uni agli altri si ripetono, sul ciglio della strada. Divieto di collocazione tende, baracche e capanni. Divieto di stazionamento e dimora delle persone. Pericolo di esondazioni e piene improvvise, dicono. Più di cento orti abusivi sono ora in causa con Fiat, Enel e Comune, i tre proprietari del terreno.

Antonio ha rallentato l’andatura. Si ferma. Ecco, vede laggiù? Lì sotto ci son le fognature. Arrivano da La Loggia, vanno da sud a nord, verso il basso. Sono ovunque, qua sotto. Se ci cadi dentro arrivi fino a Settimo. Un capolavoro. Tutto nascosto, sotto il terreno. Un capolavoro, davvero. D’estate le ragazze vengono qui nei prati ad abbronzarsi, le mamme passeggiano con i bambini, e poi c’è chi corre, guardando il fiume. Camminano sopra un labirinto nascosto dal terreno.

Si fa sera, il sole inizia a scendere dietro palazzi, case e ponti. L’acqua si macchia di arancione come quando sciacqui un pennello intriso di colori. Gli aironi volano su mucchi di rifiuti che costeggiano la strada come la sabbia il mare. Ci sono vecchi vestiti sporchi, sandali spaiati, nastri, fiocchi, barattoli di latta con disegni di rose e ciclamini; ci sono armadi che assomigliano a vecchi pianoforti, palline da ping pong e gomitoli sudici di lana; ci sono preservativi deformati dalla pioggia, mucchi di scarpe e di vestiti, vecchie siringhe usate e confezioni vuote. Qualcuno arriva, cerca tra i mucchi, si allontana con bottiglie, taniche, residui; qualcuno arriva, porta con sé immondizia, la lascia lì, sul ciglio della strada.
Al mattino è un po’ come quando si abbassa la marea, e ci sono conchiglie, alghe e legnetti portati a riva. Nel frattempo ragazzini si intrufolano negli orti, nessuno li vede, solo il nibbio bruno. Qualche ortolano ha cementato a terra tavolini e sedie, ma i cavoli non si possono saldare, così come l’aglio e le cipolle. Continuano a piantarli con costanza, ma finiscono tutti a coprire la puzza dei rifiuti, tra le baracche di chi ci vive, lì vicino al fiume.

Accanto a tutto ciò che la città rifiuta, getta via, disconosce, non vuole. Sopra un terreno profanato e contaminato da liquami, crescono frutti in primavera, e volano gli aironi.


Foto di Giulio Lapone [2007], Serie Parco Stura


Nelle puntate precedenti: Orti abusivi e orti comunali: un mondo a confronto di Silvia Gilardi