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Si potrebbe andare tutti
agli orti comunali!
di Paola Tribisonna
“Il cielo su Torino sembra muoversi al tuo fianco, tu sei come me”, cantano i Subsonica in una nota canzone del 1999. E poco importa se l’alta percentuale di biossido di azoto ha fatto slittare il capoluogo piemontese in vetta alla classifica delle città più inquinate d’Italia, il cielo di Torino continua ad essere fonte di ispirazione tanto nella musica quanto in letteratura: non fa eccezione il fortunato romanzo di Corrado Farina, intitolato, manco a farlo apposta, Il cielo sopra Torino. 1940 e dintorni.
A vederlo dal bus 18, che da via Madama Cristina mi porta al capolinea di Piazza Sofia, il cielo si presenta come un’immensa distesa grigiastra, intervallata da spesse nubi e dalla traiettoria di qualche corvo frettoloso.
Sono le nove del mattino quando, infagottata in un giubbotto color senape, prendo il bus da San Salvario, le nove e cinquanta quando arrivo in Barriera di Milano, nel tratto che congiunge la strada di Settimo a Lungo Stura Lazio. C’è un gran traffico già dalla mattina: Torino always on the move, recita lo slogan comunale per descrivere una città futurista, sempre in movimento.
Pochi istanti dopo, mi incammino verso un sentiero limaccioso, le scarpe affondano nel fango, due guanti di lana color giallo pallido rivestono le mie mani intirizzite dal freddo. Un omino disegnato a pennarello mi sorride da un enorme masso che si fa spazio tra i rovi, calpesto fiori bianchi e cartacce, respiro l’aria e il silenzio di un luogo abbandonato a se stesso, con i suoi relitti da difendere: una casa diroccata, un tappeto di stoffe ammuffite e petali, le scritte sui tralicci della luce, un materasso imbottito di foglie e gomma piuma, un mosaico di scarpe, stivaletti, jeans, disposti su un fazzoletto di terra, quasi a voler formare un quadro post-moderno.
E poi c’è il cielo sopra di me, dello stesso colore della Stura e tutti e due non sembrano mettere allegria. Il fiume, come un ruscello agitato e torbido che cola da un lago di marciume, fa da sfondo a un villaggio che sembra uscito dal Far West: ottocento metri di terra, che si snoda lungo le sponde del fiume, accoglie le bidonville sorte all’ombra della “Torino bene”. Ci sono donne che tengono per mano i bambini, a bordo strada, come squaw trecciolute, e uomini che mi seguono con lo sguardo, nell’incertezza di sapere dove andrò. Proseguo sul sentiero che fiancheggia le baraccopoli e raggiungo un piazzale dove spiccano auto parcheggiate di grossa cilindrata. Una donna si avvicina e mi chiede una sigaretta, ha il volto scarno e una spessa riga di eyeliner. Attraverso un viottolo accedo a un reticolato di stradine che ospitano oltre un centinaio di appezzamenti di terra: gli orti abusivi. Lungo Stura Lazio 56. Int. 9 Int. 10 è scritto in stampatello blu su una targhetta attaccata a un portoncino in legno. Poco più giù una placchetta color arancione, con una fessura in mezzo, viene impiegata come buca per le lettere. Pezzi di nastro adesivo color nero vanno a formare la scritta: Posta Fam. Frusina. Da un lato, su un’altra placchetta, questa volta bianca, è segnata la scritta: Suonare il campanello, con tanto di bottone in rilievo. Ciascun orto è separato da quello accanto tramite muri divisori costruiti con materiali di fortuna: rotoli di persiane, fogli di compensato, blocchi di cemento. Nel luogo simbolo dell’illegalità mi colpisce come sia tutto schematicamente pre-ordinato, come se un demiurgo avesse posato un velo di saggezza sull’intera area. Tutto tace, se si eccettua il fastidioso rumore dei fili dell’elettricità che “friggono” sopra la mia testa.
Nando, ultrasettantenne, lucano, ha trovato il suo spazio di gratificazione personale in venti metri quadrati, tra barbabietole, pomodori, basilico. “Vengo qui tutte le volte che posso, soprattutto il fine settimana, e mi metto a coltivare le mie piante, tutte biologiche, senza pesticidi, non come quelle del supermercato”, ci tiene a sottolineare con l’aria soddisfatta di chi la terra sa come si lavora. La sua storia ricalca quella di tanti altri ortolani, in prevalenza del Sud, che in quei fazzoletti di terra hanno scelto di ritagliarsi dei momenti di evasione dalla routine e dalle incombenze lavorative. Un crocevia di storie che si intrecciano con quelle degli spacciatori, dei lavoratori Enel ed Iveco che utilizzano il parcheggio di Lungo Stura Lazio, delle prostitute. Un incontro/scontro che talvolta dà luogo a problemi di ordine civico. “I rom mangiano sempre aglio, cipolla e cavoli e vengono a rubarli da noi. Quando ci accorgiamo che mancano sappiamo che li hanno presi loro”, spiega Nando con voce rassegnata. Sotto una tettoia costruita all’interno del suo orto suona quasi come una beffa il cartello Non toccare la merce esposta. Grazie.
Qualche metro più in là, si estende l’orto di Nicola Diego, originario di Locri, che mi accoglie nella sua piccola “oasi”, recintata da porte blu e gialle. Il suo orto si affaccia sul Parco della Stura, comunemente noto col nome di Tossic Park, a causa del consistente spaccio di droghe, che ha causato numerosi blitz da parte delle forze dell’ordine, talvolta conclusisi con veri e propri scontri fisici con i pusher. “Da qui ho assistito all’inseguimento a cavallo della polizia, nel mentre che dava la caccia agli spacciatori. Uno è anche caduto in acqua e io non l’ho aiutato”, rivela con fare spavaldo. Subito dopo, rincara la dose, prendendosela questa volta con le prostitute: “Se poi vedo una prostituta davanti al mio orto, io le do fuoco, la brucio tutta”. Prima di salutarlo, do un’ultima occhiata alla casupola all’interno dell’orto, dove presumibilmente tiene i suoi attrezzi, all’insegna Cartoleria sullo sfondo, al bidone dell’IP e a un piccolo quadrifoglio verde che galleggia, solo soletto, su una tanica piena d’acqua, unico simbolo di speranza all’interno di un paesaggio che sembra uscito da un quadro di Van Gogh.
Attualmente è in corso una causa col Comune, che ha chiesto lo smantellamento degli orti abusivi per attuare opere di bonifica e di riqualificazione del territorio, duramente messo alla prova dai rifiuti e dall’inquinamento.
Proseguendo in direzione di via Botticelli e svoltando in strada dell’Arrivore si scorge l’ampia distesa degli orti comunali: centosettantadue rettangoli di terra, tutti numerati, di venti metri quadrati ciascuno, assegnati con Bando pubblico della Circoscrizione 6.
Giuseppe, ultrasettantenne di Catanzaro, mi mostra il suo orto, il gabbiotto in legno dove ripone gli attrezzi e i lunghi rivestimenti di telo bianco che, come in una serra, proteggono le piante dalle intemperie. “Vengo qui per passare il tempo, sono un pensionato, lavoravo in un’acciaieria qui vicino e coltivare mi aiuta a distrarmi”. Mi spiega che paga cinquanta euro l’anno e che occorre sottoscrivere un contratto rinnovabile ogni cinque anni per avere un pezzo di terra. “C’è la luce e da poco ci hanno messo pure l’acqua, ma poi ce l’hanno tolta”, afferma poco dopo. Il motivo è presto detto. Un foglio bianco appeso all’ingresso degli orti, recita: Visto l’approssimarsi della stagione invernale per evitare lo scoppio delle tubature dell’acqua, a far data odierna verrà chiuso l’impianto di adduzione. 25 novembre 2010.
Il rispetto delle regole viene percepito come un dovere sacrosanto all’interno degli orti comunali, tuttavia in relazione ai tentativi di furto da parte dei rom l’atteggiamento degli ortolani è ben lontano dall’essere rigido e inflessibile. “A volte scassano i portoncini e non rubano niente, altre volte solo gli attrezzi, ci abbiamo fatto l’abitudine”, mi spiega con aria dimessa.
Durante la conversazione ciò che più colpisce la mia attenzione è la mancata percezione della presenza di orti abusivi, al confine con le baraccopoli. “Quegli orti ormai non ci sono quasi più, tra di noi c’è chi ancora ha un orto abusivo e uno comunale, ma il Comune sta per smantellarli di là per metterli di qua”. Un’affermazione, questa, che si scontra inevitabilmente con la realtà dei fatti: son ben oltre cento gli orti non regolari ancora presenti. In ogni caso, sembra ormai sicuro che lo scenario attuale sia destinato a mutare e che per il futuro si delinei il progetto di un vero e proprio esodo per gli ortolani abusivi. Si potrebbe andare tutti quanti agli orti comunali rappresenterà, di conseguenza, più che una facoltà a discrezione del singolo, un imperativo categorico.
A conclusione della mattinata, penso che si respiri voglia di legalità sulle sponde dello Stura, nonostante tutto. Mi incammino verso la strada del ritorno, cercando di conservare nella memoria la sensazione che il cielo su Torino si muova di fianco a me.
Nelle puntate precedenti:
Volano gli aironi di Lucia Gaiotto
Orti abusivi e orti comunali: un mondo a confronto di Silvia Gilardi
Foto di Andrea Marchetti
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