Orti abusivi e orti comunali:
due mondi a confronto
Da un lato gli orti abusivi, dall’altro quelli comunali. In mezzo scorre il fiume, verrebbe da dire con una citazione cinematografica. Ma qui non siamo nel Montana e il fiume in questione è la Stura. Somiglianze e differenze tra due realtà per molti aspetti vicine e allo stesso tempo distanti.
di Silvia Gilardi
Capolinea del 18, in una Torino che non conosco e che, pur essendo a quaranta minuti dal centro, qui non sembra più lei, fatta com’è di tetri condomini, case popolari e viali dello stesso colore grigio ferro del cielo.
Percorro il marciapiede che costeggia lo stradone trafficato, sferzata dal rumore delle auto che sfrecciano veloci. Imbocco un sentiero fangoso. Sparse sul terreno, alcune scarpe col tacco e un paio di sandali da donna, un vestito sporco appallottolato e un borsone aperto. Chissà a chi sono appartenuti e come sono finiti qui. Vado avanti, persa dietro a ipotesi da thriller che mi fanno scordare di guardare dove metto i piedi. Mi incanto a guardare un nove di quadri scartato nel fango. Affondo in una piccola pozzanghera e ritorno alla realtà.
Torno indietro e trovo un vialetto disseminato di preservativi usati. Un uomo anziano mi viene incontro in bicicletta con il cestino pieno di verdure. Sono arrivata agli orti abusivi.
Gli spazi appaiono piuttosto ordinati e ben suddivisi. Sbarre metalliche delimitano le proprietà. Gli orti non si vedono, protetti da cancelli, alte recinzioni e targhe metalliche con musi di alani che avvertono “Entrate a vostro rischio”. L’abbaiare furioso di cani invisibili rafforza il messaggio. Alcuni cancelli hanno il campanello, la buca delle lettere e persino il numero civico.
I tralicci dell’alta tensione sfrigolano sopra la mia testa, mettendomi a disagio.
Meno avventuroso, invece, il percorso per raggiungere gli orti comunali.
Di nuovo al capolinea del 18. Di nuovo cielo grigio, fango e nessun bambino sulle altalene del parco giochi. Quel che colpisce di più è il silenzio, spezzato solo dal gracchiare dei corvi e dal suono appiccicoso dei miei passi.
Stavolta mi addentro nel parco, seguendo un viottolo che sale sulla sinistra, in direzione delle case popolari.
In lontananza, in una specie di conca nel terreno, scorgo gli orti regolari. Mi avvicino a un uomo con una carriola, intento a raccogliere terriccio umido e foglie secche.
Giuseppe, che ha superato i settanta, mi invita a seguirlo dentro agli orti per mostrarmi il suo. Originario della Calabria, ha lasciato Catanzaro nel lontano 1967 per raggiungere Torino, dove ha lavorato come operaio in acciaieria. Coltiva l’orto da due anni. Il Comune rinnova la concessione ogni cinque, dietro richiesta dell’interessato e il pagamento di 50 euro annuali.
Con una punta d’orgoglio Giuseppe mi svela di aver parlato con il sindaco Chiamparino del progetto di urbanizzazione che dovrebbe interessare tutta la zona, da via Botticelli fino a Corso Giulio Cesare, e che prevedrebbe che l’area diventi un secondo Valentino entro la fine della legislatura. L’uso del condizionale è d’obbligo. “L’appalto era già stato concesso a un’azienda di Roma – mi spiega – ma quelli di Torino hanno fatto ricorso, si è andati in Cassazione e i lavori non sono mai iniziati. È così in Italia… La burocrazia…”. Allarga le braccia con rassegnazione Giuseppe.
Gli orti comunali sono 170, ognuno della grandezza di 100 metri quadri. Sono numerati e recintati, dotati di rubinetti con acqua corrente e di una piccola baracca per gli attrezzi.
“Qui si sta bene. Siamo tutti pensionati, lavoriamo nell’orto nel tempo libero. Con la bella stagione ci ritroviamo a giocare a carte sotto il gazebo e a fare le grigliate” racconta col suo sorriso buono. Mi invita a tornare a trovarlo in primavera.
Gli chiedo cosa pensa degli orti abusivi, di là dal fiume. “Gli orti abusivi non esistono più” mi risponde.
Eppure esistono, eccome. Poco lontano da lì, attraversata la Stura, Nando, 65 anni, originario di Venosa in Basilicata, coltiva il suo orto, occupato dal padre negli anni Settanta. “Allora, quando ero giovane, questo posto non mi interessava. Poi, invecchiando, ho cambiato idea” spiega gesticolando con le mani sporche di terra. Ora viene qui a trascorrere due o tre ore al giorno, per rilassarsi e passare il tempo. I coltivatori degli orti abusivi sono circa un centinaio. Alcuni di loro (e Nando è fra questi) sono attualmente in causa con il Comune, che vorrebbe espropriarli dei loro terreni, pur non avendo concrete proposte di progetti alternativi. “Vorrei che il Comune ci lasciasse i terreni, magari stabilendo delle regole. Del resto noi li teniamo puliti e in ordine a costo zero” spiega. “Bisognerebbe tornare a coltivare la terra” prosegue. Ricorda che suo padre godeva sempre di ottima salute da marzo a novembre, quando lavorava nell’orto, mentre era pieno di acciacchi nei mesi invernali, quando era costretto a restare in casa. Quest’angolo di verde è dunque un toccasana, uno spazio di respiro e relax, dove potersi riprendere il proprio tempo a contatto con la natura.
Nando mi invita a tornare a luglio per fare una bella grigliata in compagnia.
Lo stesso invito che ho ricevuto da Giuseppe, negli orti comunali.
La voglia di compagnia è comune a tutti gli ortolani.
Luciano ha 81 anni e viene da Salerno. È arrivato a Torino nel 1962 in cerca di lavoro, per poi trasferirsi definitivamente con la famiglia sei anni dopo, nel ’68.
Anche Luciano ha un orto regolare, ma oggi è qui solo per farsi un giro, non per lavorare. “Stamattina, quando mi sono alzato, ho capito che aria tirava in casa con mia moglie e sono scappato… Sai come siete voi donne…”.
“Come siamo?” gli chiedo.
“Eh…” fa lui con un sorriso furbo.
Da tre anni Luciano coltiva un orto comunale. In passato ne aveva uno abusivo, sempre in questa zona, prima che il Comune abbattesse tutto e scavasse, creando la conca in cui ci troviamo adesso. “Hanno fatto una porcheria, – dice scaldandosi – hanno tolto la terra e lasciato le pietre. Ci siamo spaccati la schiena per riuscire a coltivare di nuovo”. Dopo aver lavorato tanto, Luciano non vuole che il suo orto sia dato a qualcun altro e spera di ottenere un rinnovo della concessione.
Gli chiedo perché il Comune abbia abbattuto gli orti abusivi che esistevano in passato per poi crearne di nuovi a partire da zero, invece di regolarizzare quelli già esistenti, come sarebbe parso più logico. Luciano alza le spalle. Non lo sa il perché, sa solo che è stata una “porcheria”.
Provo a parlargli degli orti abusivi che ho visitato, ma mi interrompe perentorio: “Sono pochi e abbatteranno anche quelli. Noi qui siamo in regola, loro no, fanno quello che vogliono”.
Luciano si avvia con me verso l’uscita. Mi parla dei suoi figli, che studiano ancora perché per il momento non trovano lavoro. Mi chiede di me, di come mi trovo a Torino. Ha voglia di chiacchierare.
Meno loquace è stato invece un altro ortolano, incontrato negli appezzamenti abusivi.
La recinzione del suo piccolo “giardino”, come lo chiama lui, è costruita con porte bianche e azzurre che hanno ancora le maniglie. Fa una strana impressione questa fila di porte chiuse, messe una di fianco all’altra, come se ognuna, una volta aperta, potesse condurre chissà dove.
L’ortolano, di origine calabrese, non mi vuole svelare il suo nome. Dice che posso chiamarlo Nicola oppure Diego, come preferisco. Mi porta a vedere anche il suo “giardino più grande”, sulla riva della Stura. Qui, dove il fiume scorre a pochi metri dall’orto, Nicola ha assistito all’operazione della polizia a cavallo ai tempi dell’intervento per ripulire Tossic Park. Proprio qui dove ci troviamo sono annegati due ragazzi Rom. Fisso l’acqua come ipnotizzata, distratta dal film mentale che mi si srotola davanti agli occhi.
Poi lascio gli orti abusivi e torno nello spiazzo lungo la strada.
Una ragazza in minigonna fuma una sigaretta seduta su una pietra, sola.
Ci guardiamo.
Ripenso alle scarpe, al vestito e al borsone abbandonati nel fango sul sentiero, quelli che ho visto prima di arrivare. Chissà come sono finiti lì. Chissà se lei ne sa qualcosa.
Foto di Elena Muzzarelli [2010], Serie cartoline dagli orti