Il mio mestiere
Il mio lavoro consiste principalmente nel riempire il tempo fra un’idea e un’altra. A seguire, accontentare i miei datori di lavoro modificando l’idea secondo le leggi del mercato, le esigenze produttive, i capricci dei produttori esecutivi, le paranoie esistenziali degli editor dei network. Un diabolico circolo vizioso? No, semplice routine lavorativa. Al di fuori di alcune nicchie (che dovete crearvi da soli) funziona così. Fatte le debite proporzioni, i problemi sono gli stessi di quasi tutti gli ambienti di lavoro.
Le soddisfazioni, al contrario, sono di alto profilo. Far diventare il tuo vicino di casa un serial killer, la tua fidanzata una principessa prigioniera di un incantesimo, il tuo migliore amico uno scienziato pazzo, incompreso, e in ultimo glorificato sono cose per cui vale la pena vivere, scrivere, incazzarsi qua e là. La difficoltà principale per molti è l’autodisciplina. Non nel mio caso. Non ci ho nemmeno mai provato ad autodisciplinarmi. Leggo la scadenza di consegna, se non c’è ne decido una, poi comincio a perdere tempo. A tempo perso vengono tante, tante idee e soprattutto si creano le giuste condizioni per arrivare all’ora o mai più.
Che vuol dire chiudersi in casa e scrivere fino a dieci minuti prima della consegna, in un tripudio di colpi di genio che solo un uomo con le spalle al muro può avere. Poi si ritorna a riempire il tempo, che nel frattempo si è allargato, o forse allungato. O forse era ed è un’illusione, una delle tante a cui ci piace credere